IN VIAGGIO - di P.G.
Il treno correva.S'avventava sui binari come un falco sulla sua preda.Il metallo delle rotaie suonava continuo,ritmato.Avevo la testa appoggiata al finestrino e guardavo fuori.Tutto scorreva davanti ai miei occhi velocemente,forse sin troppo.Non avevo il tempo di accorgermi di nulla.La velocità era tale che non riuscivo a realizzare se fuori vi fosse qualcosa di animato:che so un braccio,una gamba,magari addirittura una persona intera.Decisi allora di darmi alla lettura.Rovistai nel mio zaino e lo trovai,nascosto in mezzo a tante,forse inutili cose.Lo afferrai,lo strinsi tra le mani come fosse un tesoro prezioso:era "Sulla strada",il romanzo più famoso di Jack Kerouac.Lo aprii alle primissime pagine.Lo avevo iniziato soltanto da un paio di giorni,ma erano stati sufficienti a provare quella sensazione che Jorge Luis Borges,secondo me,aveva descritto benissimo:"il libro è una delle possibilità di felicità che abbiamo noi uomini".
Il viaggio di Sal e Dean verso Sud mi aveva conquistato immediatamente.La sensazione che avevo provato era che,mentre leggevo delle loro avventure,fossi anch'io in cammino con loro.Verso dove non contava poi tanto,perchè l'importante per Kerouac era andare,andare come "pazzi,quelli che sono pazzi di vita,pazzi per parlare,pazzi per essere salvati,vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo,quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune,ma bruciano,bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni traverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale".
Lessi:"Ero uno scrittore e volevo sganciarmi",ed ancora "In qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla".Il primo capitolo terminava proprio così.
Prima di tuffarmi nel secondo tornai a guardare fuori dal finestrino.Una rapida occhiata dal basso verso l'alto,dalle rotaie alle nuvole.Nel frattempo,il treno continuava nella sua corsa,lineare,senza deviazioni.Il suo era un procedere piatto,quasi taciturno,simile a quello di tante persone che attraversano le strade della loro esistenza come un leggero alito di vento,non smuovendo nulla,se non qualche piccola foglia.Chissà forse si vive veramente per uno sbaglio quando non si vive per una scommessa.
Chiusi il libro e lo poggiai alla mia destra.Mi alzai,mi sgranchii le gambe,improvvisamente sentivo caldo.Ancora non riuscivo a capire se dipendeva dalla temperatura esterna o da quella corporea.Di sicuro c'era che ciò che stava oltre il finestrino era semplicemente splendido.Il paesaggio era splendido.Sino a quel momento era come se non me ne fossi reso conto.Del resto,quando si legge,e soprattuttto quando lo si fa con passione,difficilmente ci si ricorda ogni tanto di alzare lo sguardo.Chi scrive,forse,spera proprio di ottenere questo:attenzione,dedizione.O forse no.I libri,a pensarci bene,possono contenere un pezzo di verità;il resto però è altrove,nelle parole,nei sensi,nei pensieri,magari proprio in quel linguaggio universale della natura,che annulla le differenze e le distinzioni per favorire un'unità d'intenti e di emozioni.
Improvvisamente,nonostante nel mio scompartimento fossi l'unico passeggero,era come se mi sentissi meno solo;mi sentivo parte del tutto,ero nel tutto,seppur come piccola particella,insignificante pezzo.Probabilmente mi stavo soltanto illudendo,e,come scrisse Sepulveda nel suo romanzo "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore ",la solitudine,a volte,è veramente "una bestia astuta,attenta alla minima distrazione,che s'impadronisce della tua voce e ti condanna a lunghe conferenze orfane di auditorio".
Ero partito quando il sole aveva da poco iniziato a scaldare gli angoli della città.Il viaggio era il mio,la destinazione era la mia.Ma insomma,proprio come era accaduto a John Steinbeck,iniziavo a sentirmi come " un uomo che passa la sera qui solo,seduto;magari legge dei libri o pensa ad altro.Qualche volta pensa e non ha niente o nessuno che possa dirgli se una cosa è o non è come lui crede.Magari,se vede qualcosa,non sa dire se ha ragione o se sbaglia.Non può rivolgersi a qualcuno e domandargli se vede anche lui la stessa cosa.Non può mai dire.Non ha niente per regolarsi.Io qui ho veduto delle cose.Non avevo bevuto.Non so se dormivo.Se con me ci fosse stato qualcuno,poteva dirmi se dormivo e sarebe andato tutto bene ".
Sì,avevo bisogno di condividere!
Improvvisamente il treno cominciò a rallentare.I suoi freni presero a stridere.Il suono che emanavano era così sgradevole che sentii come degli aghi conficcarsi nella mie orecchie.Stavamo entrando nella stazione di un'altra città.Potevo già intravedere il flusso di persone che sarebbe salito.Del resto erano giorni di festa;quei giorni che spingono ad andare a partire,ad abbandonare la propria casa,come se in fondo si abbandonasse la propria vita di sempre,parcheggiandola da una parte,senza il timore,al ritorno,di non ritrovarla.Continuavo a guardare fuori dal finestrino del mio scompartimento,Ormai eravamo fermi e la confusione che si stava creando tra chi scendeva e chi saliva,mi sembrava stranamente un pò buffa.Guardavo gli uni che s'affanavano dal treno a metter piede per terra;gli altri che invece da terra cercavano di metter piede sul treno.La situazione era chiaramente antitetica ,eppure tutti mi apparivano ansiosi della stessa cosa:un punto fermo.
Da sopra potevo vedere uomini e donne più o meno ben vestiti,correre di quà e di là,trascinando con sè grandi valigie o piccole borse;potevo vedere gli addetti al controllo e alla sicurezza della stazione porre mano ai loro fischietti.Da una posizione simile mi sembrava addirittura di vedere anche me stesso,là sotto,insieme a tutti gli altri,con uno zaino,e non con una valigia,ugualmente carico di buoni propositi.
Mi sentivo come preso in mezzo,come se cercassi tra quella folla qualcosa,o qualcuno.
In particolare c'era un tipo che mi aveva incuriosito sin dall'ingresso in stazione.Sin dall'inizio,infatti,mi era sembrato che rispetto agli altri procedesse con più calma,aspettasse il suo turno senza nervosismo,non andasse di fretta,non avesse insomma quella irresistibile,quasi frenetica voglia di trovare il suo "punto fermo".
Ora che la folla si era diradata,potevo vederlo meglio,e spiegarmi anche il perchè del suo essere,come dire imperturbabile.Era infatti un vecchio.
Camminava a fatica,oscillando di quà e di là.Forse la sua valigia,enorme,pesava troppo.Forse erano i suoi abiti,un pò sporchi e di lana grezza,a rallentarne il passo.O magari erano semplicemente gli anni che aveva appiccicati addosso.A vederlo bene mi faceva tenerezza.
Era lì in piedi,dinanzi al predellino.Aspettava il suo turno.Portava anche uno strano cappello,buffo e fuori stagione,ed un paio di occhiali scuri.
Ecco,stava salendo.
Improvvisamente mi sentivo meglio.Non avevo più caldo,non avevo più fretta di giungere a destinazione,non avevo più desideri.Ero in quella splendida dimensione che Paul Auster descrive benissimo;quella dello stare "seduti al chiuso ,mentre il mondo circostante si dedica ai fatti propri".
Tornai al romanzo di Kerouac.
"Nel mese di Luglio del 1947,avendo messo da parte circa cinquanta dollari della mia pensione di reduce...".Avevo da poco iniziato il secondo capitolo,quando avverti dei passi sul corridoio.
Sollevai gli occhi dal mio romanzo e capii immediatamente che,chiunque indossasse quelle scarpe,stava venendo dalle mie parti.
Una mano afferrò la maniglia e tirò.La porta del mio scompartimento si spalancò.Ora non c'erano proprio più dubbi sul chi fosse:era il vecchio.Entrò e si sedette davanti a me.
Da così vicino,nessun particolare poteva più sfuggirmi.I suoi capelli,ad esempio,che spuntavano un pò fuori dalle falde del cappello,erano chiaramente radi e bianchi come la neve.Era molto anziano,potremmo dire quasi alla fine dei suoi giorni.
Ma non erano solo i capelli,bensì soprattutto il viso che,seppur in parte nascosto dagli occhiali,mostrava ovunque i segni dell'età.
Lui era immobile,ed io lo fissavo.
C'era nell'aria un certo imbarazzo,ma non più di tanto.Quello in fondo naturale che prelude a volte ad un primo scambio di battute.
Mentre stavo per pronunciare le prime parole,il vecchio si tolse gli occhiali.
Ne rimasi colpito profondamente.
I suoi occhi erano azzurri,leggermente velati,ma di un colore talmente acceso da scintillare come diamanti.
Ora ero io a sentirmi osservato.Il mio sguardo non reggeva assolutamente il suo.E laddove non c'è parità si crea sempre una dipendenza.Però,stranamente,non ero a disagio.Era come se quegli occhi già li conoscessi,già li avessi visti,come se fossero i miei.
Lui mi guardava intensamente,mi studiava,mi interrogava,mi guidava.
Per una manciata di secondi restammo così,a fissarci,senza dir nulla.Ormai avevo deciso che era fuori luogo aprire bocca.Il silenzio aleggiava sulle nostre teste spesso e riposante,come una coperta calda.Non sentivamo assolutamente il bisogno di presentarci,tanto meno quello di parlarci.
Ii treno intanto aveva ripreso la sua marcia già da qualche minuto.Uscì fuori dalla stazione così come vi era entrato,come una folata di vento.
Il viaggio riprendeva.
Allungai le gambe e poggiai la testa al finestrino.Finalmente ero sereno,o almeno mi ci sentivo,allora,in quell'istante.Il vecchio,da par suo,stava già chiudendo gli occhi.
Di sottofondo il solito suono,noioso e metallico.Il treno s'avventava sui binari con tutto il suo peso.Solito copione,soliti attori.
Eppure qualcosa era cambiato.
All'inizio del viaggio ero solo,ora invece con me c'era qualcuno.Certo era un vecchio sconosciuto,ma a me bastava.Non c'erano desideri ulteriori.
Prima di chiudere,questa volta io,gli occhi,lo guardai per l'ultima volta,intensamente.
Mi immaginai di essere al suo posto,e lui al mio,i miei giorni in cambio dei suoi,il suo passato invece del mio presente,senza pensare al futuro.
A quel punto i giorni presero come a fluttuare nel mezzo,un pò brevi un pò lunghi.
Mi addormentai.
A quel punto sarebbero stati gli altri viaggiatori a continuare il loro viaggio.
Personalmente io ero arrivato.Potevo anche scendere dal treno,ma forse era più giusto attendere di vedere dove mi avrebbe condotto.
Avevo infatti avuto la rara fortuna d'incontrare me stesso,e per me era veramente tutto.Finalmente mi ero riconosciuto,e oltre non c'era altro.
In fondo avevo avuto dalla vita ciò che ogni uomo dovrebbe desiderare:la consapevolezza che la pioggia e il sole cambiano effettivamente il volto alle persone e che soprattutto il tempo ultimo è lì che ci aspetta.
Tutti lo sanno,ma ben pochi lo sentono.
Ebbene io lo avevo sentito.