HUGO CABRET di Martin Scorsese (2011)
Di Il Fred

Partendo dal presupposto che il formato tridimensionale, a mio avviso dia una percezione spazio-immagine-temporale asettica e innaturale ad una pellicola cinematografica, mi accingo con i miei dubbi e perplessità a visionare l'ultima fatica del maestro Martin Scorsese. Perchè al di là di qualsiasi spirito critico, il nostro buon vecchio italo-americano è uno dei pochi che il vero cinema lo ha masticato e risputato per davvero.
Detto ciò, Hugo Cabret è un film studiato nei minimi particolari, fatto su misura - non per niente candidato a 8 Oscar - una fiaba rielaborata e adattata al grandeschermo con uno stile ineccepibile e con una cura dei particolari-visivi degni di una grande regia.
Hugo Cabret è un orfanello che vive in una stazione, all'interno di un vecchio orologio, tra ingranaggi e cunicoli che lo nascondono dalla vita reale. E' un mondo fantastico quello ricreato da Scorsese, che prende spunto da questa situazione iniziale per raccontarci dell'inizio del cinema muto, da vero appassionato, attraverso lo sguardo di Melies, il quale diviene addirittura uno dei personaggi principali del film (Ben Kingsley lo interpreta) in una sorta di cinema che racconta il cinema, di memoria di altre memorie. C'è inoltre la dolce fanciulla, l'automa, il cagnolino e il poliziotto cinico e spietato che poi però si scoprirà sentimentale.
Stop tutto qui.
Dopo i primi 20 minuti ci si chiede: dov'è la potenza, il cuore pulsante di questo film? Dov'è il cinema, inteso come scintilla emozionale, frammento che racconta di un altro frammento? Origine che origina? Non da queste parti.
Per carità una singola inquadratura ne vale 100 di tanti altri prodotti del genere; qui è l'artigiano che lavora e si vede, ma non si sente, non arriva! Non arriva come arrivava Jack Lamotta che sputava sangue (e non serviva il 3D per entrarti dentro), non arriva come arrivava lo sporco, la sporcizia di Taxi Driver, non arriva come Casinò o Quei Bravi Ragazzi, in quel genere emotivo che Scorsese ha inciso nella storia del cinema per l'amore del cinema. Ma non arriva dritto al centro, non per incapacità ma perchè il nostro maestro ha scelto ora di tributare la settima arte rifacendola e basta - da Gangs of New York in poi - accontentandosi di equilibrare, più che di potenziare.
Clint Eastwood con la vecchiaia ha affinato una sensibilità artistica che prima non possedeva. Scorsese ed altri maestri (De Palma, Burton per citarne alcuni) sono stati tentati troppo dal manierismo e dall'estetica e votati alll'ottimizzazione dell'immagine. E non c'è niente di male. Però, miei cari amici, il giorno successivo alla visione di Hugo Cabret, tornato a casa, ho aperto il cofanetto dell'amcio-coinquilino Savini, e mi sono sparato Quei Bravi Ragazzi ed ho goduto, senza quegli strani occhialetti, ho goduto gente, perchè al manierismo preferisco l'onestà, il coraggio e il mettersi in gioco (vedi Coppola Francis Ford).
Per cui Martin prenditi l'arena giacchè il Toro si scatena, perchè oltre al pugilato sei un regista raffinato