POLISSE di Maïwenn Le Besco (2011)
di Sari
Una fotografa affermata (interpretata dalla stessa regista) viene inserita all’interno dell’Unità di Protezione dell’Infanzia di Parigi per lavorare ad un documentario fotografico sull’attività della squadra in questione. Attraverso la sua macchina fotografica immortala il lavoro di questi agenti che ogni giorno, con il loro intervento, assicurano ai più piccoli protezione e diritti, liberandoli dagli “orchi cattivi” che, il più delle volte, sono gli stessi che dovrebbero proteggerli ed amarli. Un lavoro lacerante che nessuno vorrebbe mai dover fare e che comporta inevitabilmente delle ripercussioni nelle vite private dei nostri protagonisti. Questo è ciò su cui la Le Besco si concentra.
Guardando il film si ha spesso l’impressione che sia imperdonabilmente superficiale, che i casi di violenza, stupro ed abuso di minori siano trattati all’acqua di rose, che tutto rimanga solo abbozzato, che si dia troppo spazio ai litigi tra colleghi (vero fil rouge della pellicola) e non piuttosto all’inferno che distrugge la vita di questi bambini. Se ci si ferma solo a questo la pellicola non diventa che una blasfema farsa del dolore. Evidentemente non è quello che la regista voleva per il suo terzo lungometraggio. La sua intenzione non era quella di scendere nell’inferno delle storie raccontate, ma piuttosto di mostrare qual'è la varietà e l’importanza del lavoro svolto dagli agenti dell’Unità di Protezione dell’Infanzia e cosa comporta per un essere umano trovarsi tutti i giorni, tutto il giorno, a contatto con mostri che hanno le sembianze di mamme, papà, nonni e zii. Nessuno di quegli agenti ha una vita felice. Divorzi, separazioni, problemi alimentari, incapacità di condividere con i partner un lavoro tanto logorante. Litigi continui dentro e fuori le quattro mura del distretto, fino al gesto più estremo, il suicidio.
Quando si tratta un tema così ingombrante e delicato ci sono solo due strade da percorrere, a mio avviso: la prima è quella di focalizzare la narrazione su un solo caso e di mostrare come questo viene gestito dai diretti interessati (poliziotto/i, vittima e carnefice/i). In questo caso si darà ampio spazio a tutto ciò che ruota attorno ai protagonisti, limitando il campo d’azione ad una prospettiva soggettivista. Sta poi allo spettatore l’arduo compito di generalizzare. La seconda strada è quella di dare un respiro più ampio ed globale alla storia, non focalizzandosi su un personaggio e su un singolo accadimento, ma offrendoci una visione corale per non lasciare a noi l’arduo compito di generalizzare. Questo è ciò che accade in questo film. Si generalizza cerando di non banalizzare.
Per una volta non è il dolore delle vittime ad essere messo sotto i riflettori, ma quello degli agenti che si prendono cura di loro. Persone che, se pur molto professionali, non riescono a trovare una spiegazione a quella violenza che finisce con l’aggredisce anche le loro esistenze. Molto (apparentemente) semplicemente questa pellicola risponde a tre domande:
* Qual è il lavoro degli agenti dell’Unità di Protezione dell’Infanzia?
* Come lo fanno?
* Come gestiscono l’enorme carico di violenza che li investe?
Banale? Riduttivo? Offensivo? Semplicistico? Non credo. Credo solo che il punto di vista della regista fosse questo e che abbia fatto del suo meglio per mostrarcelo. È lo spettatore che deve cambiare punto di vista per entrare nella pellicola. Dalla giusta prospettiva tutto ha un altro senso! In fondo questo è il cinema.
Regista: Maïwenn Le Besco
Cast: Karin Viard, Joeystarr, Marina Foïs, Nicolas Duvauchelle, Maïwenn Le Besco. Karole Rocher, Emmanuelle Bercot, Frédéric Pierrot, Arnaud Henriet, Naidra Ayadi, Jeremie Elkaim, Riccardo Scamarcio, Sandrine Kiberlain, Louis-Do de Lencquesaing, Laurent Bateau, Anthony Delon.
Sceneggiatura: Maïwenn Le Besco, Emmanuelle Bercot
Distribuzione: Lucky Red